IL BOMBARDAMENTO DI TREVISO

Il Bombardamento di Treviso avvenne nella giornata odierna da parte di bombardieri alleati. Provocò circa 1.000 vittime fra i civili e la distruzione di oltre l’80% del patrimonio edilizio, compresi i principali monumenti storici e artistici.
Il racconto di una testimone: Marisa Guolo Bettolo.

Piccola città antica era Treviso, ricca di storia, di arte e di cultura. Racchiusa da mura veneziane Treviso custodiva i suoi tesori come in un grande monumento da venerare. Non aveva industrie né grossi insediamenti nemici, per questo era considerata zona franca.
Se c’era un obiettivo da colpire era la stazione ferroviaria, come in tutte le altre città e paesi in cui la strategia militare americana cercava di interrompere il flusso di aiuti provenienti dalla Germania.

treviso, bombardamento, 7 aprile 1944

Via Collalto dopo il bombardamento di Treviso

Già da qualche tempo gli abitanti vicini alla stazione erano sfollati, ma non tutti, non quei trevigiani tranquilli nell’illusione di essere preservati da probabili bombardamenti.
Nessuno avrebbe immaginato l’apocalisse del sette Aprile: cinque formazioni di bombardieri B-17 dell’aviazione militare americana massacrarono la città. Per sette minuti si scaricò un inferno che falciò circa duemila persone fra civili e militari. Urla di dolore e invocazioni di aiuto lacerarono l’aria che di colpo oscurò il sole. Una nube nera avvolse treviso assieme al fuoco.
Furono colpite scuole, chiese, ospedali, monasteri, case palazzi e piazze.. i soccorritori arrivarono tardi e insufficienti perché venne colpita anche la caserma dei vigili del fuoco.
Mai nessuna città fu teatro di tanto orrore.. perché prendersela con i civili? Perfino i partigiani protestarono!

Bombardamento di Treviso: L’inizio

Quel venerdì santo la sirena di Monti aveva dato l’allarme diverse volte per i continui passaggi di formazioni aeree lungo l’asse est. Avevamo pranzato da poco e mio padre era uscito per primo a perlustrare il cielo. La giornata limpidissima di primavera mostrava la campagna verde che si stendeva a perdita d’occhio. Avremmo avuto tutti voglia di immergerci nella bellezza della natura dimenticando di essere in guerra, ma qualcosa fin dal mattino ci teneva in tensione. Correre ai ripari o aspettare ancora un po’? Eravamo tutti in strada, assieme a quelli che come noi non erano ancora sfollati, quando ci accorgemmo di tre formazioni aeree verso sud che sembravano lontani stormi di uccelli. Un attimo dopo avvertimmo un rumore molto simile ad un terremoto e subito all’orizzonte si alzò a sud-est una nuvola nera. “ Questa è Treviso” mormorò mio padre. Ben presto la nuvola si ingrandì generando lampi di fuoco.
Assistemmo da una platea lontana venti chilometri ad un bombardamento mai visto prima.
La distanza era tale da permetterci di guardare con un certo sangue freddo e al tempo stesso di partecipare emotivamente a quello che immaginavamo essere un disastro. In un primo momento credetti che fosse stata colpita la stazione e tutt’al più lo scalo merci ed egoisticamente pensai alla mia scuola interrotta.
Ero a casa dal giorno prima per le vacanze pasquali a avrei dovuto sentirmi fortunata per lo scampato pericolo. Il mio pensiero allora corse a due mie compagne che abitavano vicino alla stazione nel quartiere popolare destinato ai ferrovieri. Confidando nel rifugio sottocasa non erano sfollate. La nube nera durò parecchio e nei giorni successivi ci arrivarono notizie.
Non ricordo come passammo Pasqua quell’anno, né pasquetta. Avevo dentro di me solo il desiderio di rivedere la mia scuola e il mio collegio.
Al martedì non seppi resistere, erano finite le vacanze e probabilmente si riprendeva la scuola.
Le linee ferroviarie erano interrotte, perciò presi la bicicletta e raggiunsi Treviso. E fu un trauma.
Non sapevo da quale parte entrare in città, le strade erano bloccate da macerie ed io conoscevo solo un percorso quello dalla stazione al collegio e dal collegio alla scuola. Costeggiai le mura cercando di individuare il campanile della Chiesa di San Francesco nella cui piazza c’era la mia scuola. Entrai in un sottopasso e dopo una breve discesa entrai nel posto che volevo. La chiesa alla mia sinistra mi sembrò quasi intatta, la scuola davanti a me lesionata per più della metà, sullo sfondo a sud uno sfacelo di case sventrate, ma quello che mi colpì alla mia sinistra fu tremendo. Quel vecchio caro molino era un cumulo di macerie. Ogni mattina per abbreviare i passi attraversavo in diagonale la proprietà privata sotto il grande porticato, dove il mugnaio era sempre indaffarato a sistemare i sacchi di grano. Lo salutavo spesso e lui ricambiava con un largo sorriso. Più di una volta fui tentata di entrare, magari al ritorno da scuola, per vedere l’interno.. mi ricordava troppo i mulini del mio paese dove andavo spesso a macinare. No potevo credere che non esistesse più e mi chiedevo se i proprietari potessero essere stati sepolti o si fossero salvati.  Il silenzio. ( continua)

Il silenzio dopo il bombardamento di Treviso

In quell’angolo di Treviso regnava un silenzio irreale e tutto era deserto. Col cuore in tumulto tentai di entrare da una porta secondaria in quella parte dell’istituto tecnico maschile non lesionata. Non speravo di trovarci qualcuno, invece appena salite le scale incontrai la preside che mi abbracciò. Era una donna energica votata alla scuola ed era grazie a lei se avevo potuto inserirmi in un gruppo di allieve portate avanti privatamente. La preside mi incoraggiò a tornare perché era intenzionata a farci continuare lo studio, sempre che il gruppo si fosse ricomposto.
Con questa speranza cercai l’altro punto di riferimento: il collegio Zanotti. Dovetti superare, da una strada che sembrava la più accessibile, un grande cumulo di macerie trascinandomi dietro la bicicletta, ma al secondo ostacolo rinunciai intravvedendo un muro pericolante. Il ritorno a casa fu duro, la feltrina mi sembrò un’ardua salita e le gambe mi sembravano di legno.
Tristi pensieri mi accompagnarono lungo tutto il tragitto. Pensai alla signora Triarca, l’insegnante ebrea che spiegandoci Pascoli ci parlava di “quell’atomo opaco del male” annidato nell’animo degli uomini e che nessuna legge civile, morale o religiosa è in grado di estirpare. Mi venne in mente quell’aereo che tempo prima mi mitragliò alle spalle durante la mia folle corsa verso il rifugio di mio nonno. Che senso aveva scaricare una mitragliatrice lungo una stradina sterrata in mezzo ai campi? Voleva uccidermi o soltanto terrorizzarmi quel soldato votato alla guerra?
Non so perché immaginai che fosse un mecenate. “ Ormai abbiamo due nemici” aveva detto mio padre ultimamente e si riferiva agli americani dal cielo, e ai tedeschi tra di noi, che per garantirsi le spalle si servirono di una legge iniqua: la rappresaglia.
Si mormorava che villa Morassutti, occupata dai tedeschi, fosse diventata la “casa degli orrori”.
Possibile che tutto questo non finisca? –mi domandavo. Volevo dissipare le voci e le scene del male che mi torturavano. Arrivai a casa spossata.
Per alcuni giorni mi riposai le ossa e lo spirito, mentre la mia mente viaggiava su due binari, tra Montebelluna e Treviso, con gli interrogativi sulla scuola, i mezzi di trasporto, la possibilità di ricostruire la mia classe.


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