Eccidio di Porzus

Mercoledì 7 febbraio 1945, nel primo pomeriggio, un centinaio di partigiani della formazione Garibaldi, appartenenti ai gappisti, si mossero contro un obiettivo indicato dal loro comandante Mario Toffanin, detto “Giacca”, 32 anni nato a Padova, operaio nei cantieri di Monfalcone e comunista integrale.

 

Quel giorno del 7 febbraio guidò i suoi uomini verso le malghe di Topli Uork, successivamente chiamate Porzus. E’ un posto di montagna dove in un paio di baracche viveva un comando di una formazione partigiana non comunista. C’erano cattolici, monarchici, appartenenti al Partito d’Azione e altri antifascisti, ma per Giacca era tutta gentaglia che aveva rapporti equivoci con comandi repubblichini e tedeschi. La Brigata si chiamava Osoppo e aveva una grande colpa: rivendicava con decisione l’italianità di quei territori. Un affronto imperdonabile per i partigiani comunisti della zona che avevano già fatto diversi accordi con i partigiani di Tito, dove si indicava che alla fine della guerra quelle terre sarebbero andate ai guerriglieri sloveni.

“Giacca” non poteva permettere che qualcuno difendesse la legittima italianità di quei territori e decise di dare una lezione alla Brigata Osoppo. Un eccidio. Nella baracca venne ucciso il comandante dell’Osoppo, Francesco De Gregori detto “Bolla”, romano di 33 anni e militare di carriera. Venne accusato di tradimento per aver nascosto Elda Turchetti, 21 anni, un’operaia cotoniera che viveva a Pagnacco. La donna era stata accusata di essere una spia dei tedeschi. Impaurita dalla possibile reazione dei partigiani comunisti, che l’avrebbero condannata senza processo, decise di presentarsi nella sede della Osoppo per dichiarare con fermezza la sua innocenza. La storia viene anche ben narrata da un film di grande interesse, “Porzus” di Renzo Martinelli, che ovviamente venne aspramente criticato da tutti coloro che si ritengono portatori dell’unica verità possibile e cioè da quel mondo di intellettuali pronti a negare anche l’evidenza e a difendere anche le più terribili oscenità pur di dimostrare le loro ragioni.

Oltre al comandante, anche Gastone Valente detto “Enea”, 32 anni e commissario politico del Partito d’Azione, e il giovanissimo Giovanni Comin detto “Gruaro” di 19 anni vennero uccisi nelle baracche di Porzus. Insieme a loro venne immediatamente uccisa pure Elda Turchetti che dopo un sommario e ridicolo processo, come aveva previsto, venne considerata colpevole senza diritto di replica. Un quinto partigiano, Aldo Brico detto “Cantina”, si salvò riuscendo a fuggire nonostante fosse stato ferito da una scarica di mitragliatore. Restavano in vita 16 partigiani. Giacca li portò via, anche se aveva già deciso la loro sorte. Condotti nei boschi di quelle zone, con una lentezza inspiegabile che prendeva la forma di una terribile tortura psicologica, vennero uccisi dopo processi sommari e dopo averli fatti spogliare dei loro beni. Il massacro duro 11 giorni, dall’8 fino al 19 febbraio. In quell’occasione venne ucciso anche il fratello di Pier Paolo Pasolini, Guido detto “Ermes”, studente di 20 anni. Altri due partigiani riuscirono a salvarsi e scappare, ma il bilancio finale è di tre partigiani uccisi a Porzus, quattordici nei giorni successivi più la ragazza considerata una spia, per un totale di diciotto vittime.

La storia,per molto tempo dimenticata, venne riportata al centro delle cronache proprio grazie al film di Martinelli. Infatti dopo il suo film diverse furono le testimonianze di come quell’eccidio non fosse solo opera di un capo banda come “Giacca”, ma che molto probabilmente erano stati i vertici del PCI friulano ad ordinare quella strage. Uno dei protagonisti della resistenza friulana, Giovanni Padoan, partigiano comunista della Divisione Garibaldi Natisone, con una lettera pubblicata su Panorama respingeva la tesi che Giacca fosse l’unico responsabile e sosteneva che alle sue spalle ci fossero dei mandanti politici della Federazione di Udine del PCI. Tesi che aveva sostenuto anche in passato e per la quale era quasi stato espulso dal proprio partito. Giacca, in ogni caso, non pagò per i suoi crimini.Il PCI di Togliatti non voleva liberarsi di un militante così convinto, nonostnte tutto. Divenne funzionario del partito a Trieste e sembrava avviarsi verso una carriera politica, ma tenere nascosti anche i fatti di Porzus era troppo difficile tanto che arrivarono le prime denunce.
Decise allora di scappare in Slovenia, dove ottenne la più alta onorificenza partigiana jugoslava. Ma nel 1948 Tito ruppe col Cominform ed entro in conflitto con Stalin. Giacca, essendo un convinto staliniano, decise di fuggire in Cecoslovacchia, dove esisteva un nucleo di partigiani comunisti italiani accusati di reati commessi nelle varie guerre civili europee. Quando Tito riallacciò i rapporti con l’Unione Sovietica, Giacca tornò in Slovenia. In Italia rischiava la galera, poiché il processo si era concluso con una condanna all’ergastolo nel 1952. La pena gli venne prima ridotta a trent’anni di carcere, poi nel 1978, per volontà del Presidente della Repubblica Sandro Pertini,gli venne concessa la grazia,con forte sdegno da parte dei familiari delle vittime. Addirittura Toffanin ottenne una pensione dallo Stato.


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