Bersagliere Paride Mori

Il bersagliere apparteneva al Battaglione M, il gruppo spontaneo che costituì la sola difesa dei territori del Friuli dalle truppe di Tito.

Da una lettera al figlio decenne Renato: “come vedi io faccio il bravo soldato e servo la Patria con le armi ben salde nel pugno e tu devi fare il bravo ragazzo amando l’Italia, perlomeno quanto l’ama il tuo Papà e prepararti a servirla quando sarai grande … studiando imparerai che il donare per Essa la vita è il più grande onore che possa sperare ogni Italiano che sia degno di portare questo nome … abbracciamo e grida con me Viva l’Italia”.

Da una lettera alla moglie Rosi del 9 novembre 1943: “… se Dio ha segnato sul quadrante della mia vita l’ora suprema vuol dire che, in pace o in guerra, io me ne debbo andare e lasciarti il peso dei miei figli. Ma se quest’ora dovesse essere prossima , ti ho già detto tante volte che preferirei morire con l’arma in pugno, di fronte al nemico, per la salvezza della mia patria, che tu sai quanto io ami … e se proprio dovessi cadere tu sarai tanto forte da sopportare fieramente il tuo dolore benedicendo Dio d’avermi fatto morire della morte più bella …”

Quando venne firmato l’armistizio dell’8 settembre 1943, voluto dal Governo di Pietro Badoglio, il Capitano dei Bersaglieri Paride Mori, nato a Traversetolo (Parma) nel 1902, si trovava in servizio presso il Distretto Militare di Verona, quale addetto al Comando di scorta e vigilanza ferroviaria alle tradotte. Era un incarico di evidente ed importante rilievo strategico e tattico, in prosecuzione di quelli che nel primo triennio bellico gli erano stati affidati a Milano e Torino; ma nello stesso tempo, lontano dagli impegni di prima linea.
Non appena ebbe notizia di quel’evento sconvolgente, che mezzo secolo più tardi Ernesto Galli della Loggia avrebbe opportunamente definito «morte della Patria», Mori conobbe lo strazio di un vivo dolore e di una forte commozione, ma nello stesso tempo ne trasse una lucida e convinta consapevolezza: quella di dover partire immediatamente con un forte manipolo di fedelissimi che avevano maturato un’altrettanto ferrea decisione, e di accorrere sul fronte orientale, dove la pressione del nemico si annunciava più incisiva ed agguerrita, per difendere i sacri confini d’Italia. Non fu un azzardo, né tanto meno un colpo di testa, ma la sintesi perfetta di ethos, ragione e volontà, quasi a testimoniare che il percorso verso il momento più alto di vita dello Spirito può conoscere accelerazioni straordinarie in situazioni di grave emergenza, se non altro negli uomini migliori.
Nel disastro dell’8 settembre, sarebbe stato facile sottrarsi ad un obbligo che l’armistizio non aveva affievolito ma semplicemente azzerato, scegliendo la facile soluzione dell’attendismo preferita da una stragrande maggioranza. Il Capitano Mori ed i suoi bersaglieri non si posero nemmeno il problema, e scelsero la fedeltà alla Patria, tanto più commendevole in un momento caratterizzato dal tracollo di ogni valore tradizionale.
Il 9 settembre, quando la Repubblica Sociale Italiana era ancora lungi dall’essere costituita, la decisione era già presa: Mori, nella sua qualità di responsabile degli approvvigionamenti al fronte orientale tramite ferrovia, era appena rientrato dall’ultima missione, ma ruppe subito gli indugi, nonostante la precarietà dell’ora, e nel giro di poche settimane, assieme a parecchie centinaia di bersaglieri, tutti volontari, mosse in direzione di Gorizia, salutato da manifestazioni di toccante, sincero entusiasmo popolare.
La scelta della destinazione era praticamente obbligata. A parte la maggiore contiguità della Venezia Giulia rispetto alla sede scaligera di Mori e dei suoi uomini, il fronte occidentale era ancora inesistente (sarebbe stato aperto dallo sbarco in Normandia nove mesi più tardi), mentre quello meridionale era già presidiato da importanti forze germaniche, capaci di opporre una lunga resistenza sulla Linea «Gustav» dal Garigliano ad Ortona, facendo perno su Cassino.
Paride Mori ed i suoi bersaglieri avrebbero trovato nell’alta Valle dell’Isonzo, dove il reparto venne destinato, condizioni di drammatica inferiorità militare nei confronti di un nemico supportato dal numero, ma prima ancora, dal fatto di non avere remore di ordine morale, di ignorare deliberatamente le norme del diritto internazionale bellico, e non ultimo, di fruire degli apporti assai generosi di armi e risorse, provenienti dagli Alleati Anglo-Americani che avevano deciso di puntare su Tito con una scelta quanto meno improvvida, destinata a produrre pregiudizi durevoli. Inquadrato nel Battaglione «Verona» della Repubblica Sociale Italiana, il Capitano Mori si distinse immediatamente al comando della III Compagnia per atti di elevato coraggio e disprezzo del pericolo, tanto da essere decorato con la Medaglia d’Argento al Valor Militare «ad memoriam». Giova aggiungere che sul fronte dell’Isonzo i bersaglieri italiani, a conferma del loro straordinario impegno umano, ancor prima che militare, ebbero un tasso di perdite eccezionalmente alto, superiore alla metà degli effettivi.
Dal canto loro, i partigiani slavi avevano gettato nella mischia le loro migliori riserve, cercando di stringere in una morsa aggirante il capoluogo di Gorizia, ed in prospettiva strategica, la stessa Trieste. Il tentativo non ebbe esito sino alla fine del conflitto (28 aprile 1945) grazie al sacrificio dei bersaglieri, o meglio, al loro eroismo.
Il 18 febbraio 1944, Paride Mori venne proditoriamente massacrato dai partigiani rossi nei pressi di Santa Lucia d’Isonzo, ed i suoi assassini, non contenti del vile agguato, iterarono la consueta ed ignominiosa prassi che escludeva di prendere prigionieri, non senza infierire sulla salma e su quella del motociclista Costantino Di Marino, caduto nella medesima circostanza. Viene fatto di pensare che dall’altra parte del fronte, per dirla con le parole dell’Abate Giambattista Vico, padre dello spiritualismo italiano del Risorgimento, fosse quanto meno consistente la presenza di «bestioni tutta ferocia», confermata nelle memorie ufficiali di parte italiana sul «trattamento» riservato a quanti ebbero la sventura di cadere nelle mani del nemico (come il rapporto predisposto inutilmente dal Governo di Alcide De Gasperi in vista delle trattative di pace del 1946, ed ora riproposto in sede storiografica).
L’assunto trova conferma nel comportamento che i partigiani avrebbero assunto anche a guerra finita nei confronti dei superstiti dell’Ottavo, molti dei quali furono passati immediatamente per le armi, scrivendo pagine di alta e fiera dignità nel tragico momento supremo, quando si rifiutarono di inneggiare al nemico e si immolarono nel sacro nome d’Italia, mentre gli altri, fatta eccezione per pochi superstiti, conobbero un destino non meno infame nei campi di detenzione della Repubblica Federativa Jugoslava, che sarebbe più congruo definire di sterminio programmato.
Gli esempi dati dai bersaglieri, nella serena e sicura consapevolezza di un dovere inteso soprattutto quale coerenza con valori morali irrinunciabili, sono innumerevoli, come è stato posto in luce dalle testimonianze dei sopravvissuti, quali Arturo Salvatore Campoccia e Teodoro Francesconi: ebbene, onorando Paride Mori si intende farlo per tutti, non senza sottolineare che la loro appartenenza alla cosiddetta «parte sbagliata» (come se fede, coerenza, amore patrio e sacrificio fossero sinonimo di errori) deve essere interpretato anche alla luce di chi stava sull’altro fronte e dimostrava coi fatti di non battersi per la «liberazione» ma per l’avvento di un regime privo di qualsiasi scrupolo nel perseguire la pulizia etnica a danno degli Italiani, e con essa, un sistema basato sull’ateismo di Stato ed il collettivismo.
Nondimeno, Paride Mori ha diritto, proprio sul piano etico, a qualche attenzione in più. Intanto, per la nobiltà dei sentimenti che vibrano nelle lettere scritte dalla zona d’operazioni alla moglie ed ai figli, assimilabili ad un alto testamento spirituale; e poi, per le surreali vicende che hanno coinvolto il nome di questo Eroe, a due terzi di secolo dal sacrificio della propria vita, quando la città natale di Traversetolo che lo aveva già onorato con l’intitolazione di un luogo pubblico votata all’unanimità, ha deliberato di revocare il provvedimento con effetto immediato, motivando la sorprendente decisione alla luce di affermazioni false, ed in particolare, del fatto che la maggioranza consiliare avrebbe ignorato la militanza di Mori sotto le bandiere della Repubblica Sociale Italiana. In questo caso, non si è trattato di «bestioni tutta ferocia» come gli assassini che lo avevano massacrato nel 1944 ma di personaggi che, lungi da «avvertire» con turbamento e commozione, secondo la suggestiva immagine del Vico, hanno seguito la logica perversa dei veterocomunisti: quelli che Giovanni Guareschi, conterraneo di Paride, aveva egregiamente descritto in salaci vignette ed in articoli a buon diritto passati alla storia.
Mori era perfettamente consapevole dei rischi che correva, al pari dei suoi bersaglieri, ma conservava l’entusiasmo e la convinzione della prima ora, nella piena consapevolezza che sul fronte orientale d’Italia si combatteva una battaglia decisiva in nome della civiltà e della giustizia. Questo convincimento era perfettamente condiviso da tutti: non a caso, in un celebre graffito sul muro di una casa diroccata, nello stesso spirito che aveva animato sul Piave i «ragazzi» del 1899, i bersaglieri avevano scritto di non volere il cambio, affermando con generosa ed icastica sintesi il loro valore, esemplare per coerenza e per semplicità.
Una presunzione ricorrente è solita sostenere che la storia viene scritta soprattutto dai vincitori. L’assunto non è privo di qualche motivo di credibilità nell’ottica di approccio, ma oggi, a settant’anni dai fatti, è lecito chiedersi chi sia stato oggettivamente il vincitore, e chi sia stato il vinto. Ciò vale in parecchi contesti, ed in primo luogo sul piano morale; ma vale a più forte ragione nelle «complesse vicende del confine orientale» di cui alla Legge 30 marzo 2004 numero 92 istitutiva del «Ricordo», in specie dopo lo sfascio della Jugoslavia e la sua fagocitazione in un coacervo di piccoli Stati divisi da tante rivendicazioni reciproche, a cominciare da quelle fra Croazia e Slovenia. È un buon motivo in più per avanzare ulteriori dubbi sulla legittimazione occidentale della guerriglia di Tito e dei suoi tristi seguaci, e su talune pervicaci conferme postume, ormai sostanzialmente antistoriche.
Paride Mori riposa nel Sacrario dei Caduti d’Oltremare di Bari dove venne traslato assieme a diverse decine di commilitoni dell’Ottavo, dopo lunghi anni di inumazione nel piccolo cimitero di Santa Lucia d’Isonzo in cui era stato composto dopo il massacro nel corso di toccanti onoranze alla presenza dei suoi bersaglieri: se non altro, in detto Sacrario ha ritrovato il conforto della Bandiera tricolore, e quello di una «comunità d’affetti» familiari e patriottici da cui possano «trarre gli auspici» tutti gli Italiani degni di tal nome perché non immemori degli alti valori non negoziabili di fede e di speranza, per la cui difesa quegli eroici caduti si immolarono senza riserve e senza nulla chiedere, se non l’affermazione della giustizia, e con essa, dell’onore.
Al confronto, non è possibile esimersi dal pensare ancora una volta alla piccola levatura della classe politica italiana. Allora, conviene ribadire a più forte ragione la ben diversa statura degli uomini come Paride Mori che non esitarono, in perfetta coscienza, a scegliere di battersi per quei valori, in condizioni quanto meno precarie, e nella certezza di dover affrontare un nemico «totale». Al di là del confronto impietoso con la «casta» ne scaturisce un esempio che non è destinato a passare invano; al contrario, intende proporre la necessità e l’urgenza di un riscatto che, non appena si torni a «riflettere con mente pura», dovrà costituire ancora una volta l’imperativo categorico cui ubbidirono con serena certezza il Capitano Paride Mori ed i suoi ineguagliabili bersaglieri.
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